I tre fine settimana successivi li trascorsi esercitandomi con prove verosimili a quelle del test, che mi aveva passato un’amica. Lei da anni lavorava in banca e, in prima ragioneria, mi dava ripetizioni di matematica.
“Perché tu sei capace, ma ti perdi via. Sei sempre sulle nuvole e gli ultimi due passaggi fai errori di distrazione Silvia”. Erano le parole del mio insegnante. Un panzone con i piedi a papera che aveva tutto un rimescolio di peli sulla testa. Quelli di destra convergevano verso il centro. Quelli di sinistra convergevano verso il centro. E lo stesso facevano alcuni di quelli dietro. Una specie di sacchettino ordinato che serviva a coprirgli la pelata nel mezzo.
A me faceva tenerezza. Aveva sempre una cartelletta enorme nella mano destra e libri di matematica sotto la sinistra. Quando si sollevava il vento, lui non aveva mani disponibili. E tutto il suo lavoro di decoupage svaniva e lasciava scoperta la zona incriminata. Tra le risa dei
soliti cretini.
Il test collettivo si sarebbe svolto a Mantova, che dista circa due ore e mezza da Cassano Magnago. Chiesi al mio amico Davide, temporaneamente senza lavoro, di accompagnarmi. Lui ama guidare. Ha più cose nella sua macchina che nella camera. Vestiti per il cambio, attrezzi da lavoro, quantità abnormi di cd, mozziconi nel posacenere straripante, pacchetti di sigarette intonsi o mezzi vuoti ovunque.
La prova sarebbe iniziata alle nove. I trecento candidati dovevano presentarsi entro le otto e trenta, per poi eseguire le pratiche di registrazione. Ti metti in coda tenendo in mano un documento, nome e cognome, firmi. Vai a sederti in un posto qualsiasi nei banchetti.
Sarebbe dovuto passare a prendermi alle sei, ma Davide alle sei e quattordici non si era ancora palesato.
Lo avevo pregato “mi raccomando! Puntuale. Non posso arrivare tardi a un test d’ammissione”.
Lo chiamai e lo richiamai sul cellulare. Niente. Mutismo. Dopo la quarta telefonata, chiamai a casa sua.
“…pronto?” era la voce di suo padre.

EPISODIO 1