Entro. Mi piace il profumo qui dentro.

“Buongiorno Signora”

Lei risponde, giustamente, dandomi del tu. Potrei essere suo figlio. Anzi, sua figlia ha la mia età.

Ho trovato la foto della barca che ti dicevo“. Esclama con gioia. I suoi occhiali danno ancora più vitalità a degli occhi sempre arzilli e in cerca di nuove emozioni. Il viso sembra prendere una nuova luce e l’età, come spesso le accade, non sembra essere quella anagrafica per l’impeto e la voglia che ci mette nel raccontarmi le cose. Se sono qui, d’altronde, è solo per questa sua energia.

Mi fa vedere la foto di un divano ricavato all’interno di una barca.

Mi illumino. Mancano mesi all’apertura di quello che potrebbe essere l’ennesimo salto verso il vuoto e già ho un sogno da realizzare.

Chiamo. Mando messaggi. Cerco su internet. Non trovo quasi nulla.

Passano settimane. Sono fiducioso, come al solito, anche se a parole dico il contrario.

E’ al bancone, come al solito, del Quarto Stato però che si presenta una possibile soluzione.

Edo, il barista da cui non te lo aspetti: “Ti do il numero“. Passa qualche minuto: “Guarda le foto“. Accendo la speranza. Ma poi nulla si concretizza, ahimè. La barca non è di legno. Passano settimane. E sempre a quel bancone, una sera delle tante in cui perdo il numero di campari e ripeto per ore: “L’ultimo amaro e vado a casa“, ecco che spunta Stefano e mi presenta “Il Biondo”. Lo stesso del messaggio di Edo. Cioè io non lo sapevo che era la stessa persona, lui si. Parliamo seduti fuori. Capisce cosa sto cercando. “Si ce l’ho, ma la voglio tenere per me, voglio farci un lampadario o una libreria“.

Le mie risposte non le ricordo, colpa del fresco dell’autunno e dell’amaro, credo. Lui se ne va, ci risentiremo, dice.

Non tutto è perduto. Penso. Sorrido. E ordino l’ultimo amaro, poi andrò a casa.