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In 7 giorni di cammino ho fatto:
70 km a piedi
40 in bici
50 in pullman
20 in treno
1475 in macchina
In 7 giorni di cammino ho visto Città di Castello, Gubbio, Assisi, il castello di Biscina, la casa della signora Antonella, La Verna, Perugia, Gubbio nuovamente.
In 7 giorni di cammino ho mangiato bene (l’amatriciana della signora Antonella), male (la Zuppa di pesce), benissimo (Sul lago), in piedi, camminando, in macchina, nella pineta, nei ristoranti, nelle merenderie, di notte, di giorno, di mattina prestissimo.
Ho bevuto campari al tramonto, vino offerto con gentilezza mai vista prima, acqua calda, acqua fresca dalla sorgente del pellegrino, coca cola senza la c, Gin tonic dove la tonica era pochissima, Vino bianco, amari, the caldo, the freddo e integratori alla papaya.
Non ho mai dormito nello stesso posto, mai mangiato nello stesso posto, mai ripercorso gli stessi passi.
Ho sbagliato strada, rifatto strade, rivisto persone, fatti molti km in più, dormito molte ore in meno, riposato molte ore in più e visitato luoghi che mi danno sempre gioia.
Ho fatto salite che non finivano più, discese ardite (e le risalite), ammazzato tafani, visto posti fuori dal comune, visto posti che conosco a memoria, parlato, litigato, pianto, riso, corso.
In 7 giorni ho fatto una vacanza che è durata almeno 7 anni. Un cammino iniziato 7 anni fa da Assisi e terminato li, qualche giorno fa.
7 anni fa partivo da una separazione, un periodo nero, una depressione iniziata 7 anni prima e chiusa, forse, in questo viaggio.
Camminare e deprimersi, prima. Camminare deprimendosi, dopo. Camminare sorridendo, adesso.
I passaggi, nella vita, sono importanti e i passi, della vita, sono sempre uguali, per me. Passi che si susseguono, passaggi che incalzano, tempo che scade, tempo che scorre. Fare, andare, giocare. Camminare mano nella mano, camminare uno dietro l’altro, camminare con, per l’altro: lo zaino lo porto io! Grazie.
Se sali, poi scendi. Se sali fatichi, se scendi fatichi. Non esiste passo senza sacrificio. Un passo dopo l’altro, sempre, il viaggio inizia. Come 7 anni fa. Partivo da Assisi. Arrivavo a Spoleto. Da solo. Senza mai aver camminato prima. Solo passeggiato. Fatto, si, ma mai vissuto un cammino. La prima volta sono solo. La solitudine, scelta, era diventata una conquista, si sarebbe poi trasformata in una condanna, poi in un punto di vista. Allora, solo solitudine. E solo quando siamo soli, brilliamo di luce propria.
7 anni fa, partivo da Assisi, poi Spello, infine Trevi. E li, così, per caso, capivo la forza di una frase che avrei letto anni dopo: è solo cercando quello che ami che impari ad amare quello che trovi.
Tu immagina di uscire dall’albergo. Vorresti stare dentro che tra poco ci sono i Cubs su Espn America. Senti la musica da fuori. Sembra un concerto in piazza, esci, senti la musica vicina. Di fronte all’albergo, un garage. La musica e’ da sempre nelle cantine. Guardi dal vetro sporco di quella che sembra un’officina in disuso. Batteria, chitarra e ti sembra un basso in mano a quello, seduto sull’ampli. Jazz e funky. Hanno lo swing. Si fermano e pensano qualcuno abbia chiamato la polizia. Poi entri e chiedi di suonare per te. Il primo pezzo non lo riconosci. Poi continuano con Cissy strut. Rispondi: il mio pezzo preferito dei Meters, e non menti. Loro sono sorpresi. Ripartono e lo fanno sempre meglio, d’altronde la musica e’ fatta per essere ascoltata da qualcuno altrimenti e’ come non esistesse. Pausa, applauso, ringraziano. Poi attaccano con Ain’t no sunshine, versione Van morrison. Pensi che sei qui per caso. Che oggi non volevi camminare fino a Trevi. Che l’albergo l’hai scelto come primo della lista. Che sei un pellegrino che dorme in albergo, quindi pellegrino ma non troppo. Che la vita agiata ti piace. Che a fare le cose che ti piace fare, non c’è delitto. Che sei separato. E lo sarai per sempre. Pensi che sono anni che non hai fatto null’altro che lamentarti, costruendo fuori, distruggendo dentro. Pensi che il dolore non si trasforma, ma la musica lo trasforma.
Tutto come se non ci fossero stati trentasei gradi oggi. Tutto come se non volessi andare a casa. Tutto grazie alla musica, al caso e alla sensazione che i passi pesano, o meglio, si pesano e se non hai alternative pensi bene a dove appoggiare i piedi per non scivolare.
Ogni viaggio inizia con un passo. Mi ricordo, lo scrivevo allora. E so bene cosa scrivo ora. Scrivo, perché non ho alternative e scrivo, con tutta l’eleganza del corsivo. Quell’eleganza che non ho. Che fa rima con la mia ignoranza. Supponenza. Presunzione. Di essere e di fare. Di giusto e di sbagliato. Di dolori e di gioie. E poi ripensi a Fra Alberto, che ti ha detto che prima o poi a piedi ad Assisi ci dovevi tornare, per chiudere il cerchio. Perchè tutto ha un inizio e tutto ha una fine.
E la fine, in tutte le cose, è fondamentale. E arrivare ad Assisi, da quella strada così ripida, ha assunto un senso catartico.
7 anni di fatiche, di passi ripercorsi, di strade rifatte, di scuse dette, di accuse ricevute, di difetti trovati, corretti, riapparsi.
7 anni di un gioco nuovo, di gente nuova, di amicizie non cercate, amate, desiderate inattese, quasi sorprendenti come quando vedi Assisi da lontano, in mezzo agli ulivi, dopo la salita e la palude e in fondo alla discesa, che spaventa perché ripida. La vedi in pianura, quando non ci sono fontane, i gradi sono troppi e la fatica ha superato anche il tuo limite. La vedi e sai che non è Assisi, ma la fine di quei 7 anni.
7 anni di incontri, finti, voluti, rincorsi.
7 anni di botte, in campo e in casa, in macchina e al telefono.
7 anni e poi è arrivata. Lei, l’amore, la felicità, decidi tu. E con lei arriviamo in centro ad Assisi. Sfatti. Cercando un bar per un campari. Che non sarà mai così buono. Che non sarebbe mai stato così buono in un’altra occasione. Che non sarà mai più così. Che celebra le strade da dove rinasco, riparto. Forza, passione, voglia. Perchè camminare è vivere, con lentezza, senza scadenze, senza obblighi. Liberi. E felici!