Il ciclismo e le leggende

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Era il 1988 e io avevo 10 anni. Mio padre ogni estate non aveva che una sola abitudine. Staccare dal lavoro alle 16 e andare a vedere le tappe del giro.

Quel giorno era la cima Coppi. Io non sapevo cosa fosse. Il ciclismo era in televisione ma il cinema era sul divano di casa di mio zio Brik. Quella tappa me la ricordo per Van Der Velde. Mi ricordo mio padre che fumava, beveva e rideva (Cose che ha sempre fatto insieme) ripetendo che aveva preso più di un ora solo in discesa. Io non capivo perchè tutti quei distacchi e chi era Hampsten?

Mi ricordo che tifavo Breukink e Chioccioli. E Podenzana.

Vedevo questa cosa fuori dal mondo di gente in bici a -4 gradi. Leggenda mischiata a ricordi infantili. Non c’era ancora Bugno (Forse) e correvano ancora ciclisti che avevo solo letto sulle biglie da spiaggia, quelle grosse con i corridori stampati dentro.

Ne parlavano al bar ancora giorni dopo. Il Frigoli, bar fumoso dei Ronchi dove si giocava a biliardo e a mercante in fiera ogni Natale e Santo Stefano. Ho sempre avuto la sensazione che in quella tappa si siano ritirati tutti. Non mi ricordo quanti finirono il giro. Non ricordo la premiazione. Mi ricordo solo la gente ferma, in discesa, sotto la neve. E io in maglietta a maniche corte.

Mi ricordo di quelle tappe, di Massimo Podenzana che era sempre il primo ad avere la maglia rosa. Ogni giro, almeno una. Penso abbia gli armadi pieni di maglie rosa. Poi con le prime salite, ciao Massimo.

Mi piace il ciclismo, mi piace chi lo racconta. Mi piace la leggenda di uno sport strano ma sempre emozionante.

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